In cammino di Maurizio Bono

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Tra le idee per quest’estate post-lockdown spopola la camminata, una forma di turismo lento che permette di conoscere meglio l’Italia, il paese più bello del mondonel rispetto della natura e delle tradizioni locali. E allora quale occasione migliore per armarsi del libro e avere avere tra le mani uno strumento utile per visualizzare i tracciati, valutarne condizioni e difficoltà, così da pianificare al meglio una possibile gita fuori porta. Ma in fondo si tratta anche di uno strumento pensato per chi semplicemente vuole rifarsi gli occhi con la bellezza di questi luoghi ricchi di storia e di cultura.

In cammino, è il libro in cui Maurizio Bono racconta per la prima volta la sua grande passione per il camminare. 

Ma cosa significa camminare? Letteralmente significa muoversi mettendo avanti prima un piede e poi l’altro. L’idea di questo libro nasce per raccontarci l’emozione di muovere un passo dietro l’altro, per condividere a parole la comunissima impagabile soddisfazione di trasportarsi con le sole proprie forze nello spazio e nel tempo. E fino a qualche mese fa, camminare era diventato impossibile. 

Attraverso una serie di itinerari adatti a tutti, l’autore ci accompagna alla riscoperta dell’Italia e ai suoi sentieri più suggestivi. Non è solo una lettura affascinante ma anche una vera e propria fonte d’ispirazione per un’estate a piedi, alternativa alle grandi fughe all’estero e alle affollate spiagge.

L’escursionismo è una delle migliori attività fisiche da svolgere per mantenersi in forma: è adatto a tutti e a tutte le età e consiste nel camminare nel territorio a scopo di studio o svago, lungo percorsi naturalistici. All’escursionismo ci si riferisce anche quando si sente parlare in inglese di trekking o hiking: trekking deriva dal verbo inglese to trek, che significa camminare lentamente; hiking viene invece dal verbo inglese to hike, che significa camminare.

Lo scrittore ci fa viaggiare con la mente dalle Grigne alla Sardegna, dalla Valle d’Aosta alla Liguria passando per la Corsica, il deserto del Wadi Rum, La Réunion e persino per Milano.

Nota bene: la traversata è un’escursione molto lunga attraverso un gruppo montuoso; l’escursionismo urbano è quello svolto in ambiente urbano, lungo le grandi città.

In questo libro scoprirete i percorsi più belli, le attrezzature, i comportamenti da seguire per essere un buon escursionista e anche un po’ di storia. Nel trekking il singolo deve avere rispetto assoluto dell’ambiente che va a scoprire, non fare chiasso, non manomettere la segnaletica, non lasciare rifiuti , non cogliere specie botaniche protette, non spaventare la fauna selvatica. 

Insomma un libro completo, perfetto per chi si avvicina al mondo del trekking e dell’escursionismo.

(edito da Vallardi editore)

 

La linea del colore di Igiaba Scego.

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La linea del colore è un romanzo storico, di immagini e idee, che ruota intorno alla figura di Lafanu Brown, «una strana negra che disegnava volti» nella Roma di fine Ottocento.

L’eroina del romanzo, che anche nella scrittura è apertamente ispirato alla ricerca di sé nella narrativa femminile vittoriana, è una pittrice figlia di un haitiano e di una chippewa, adottata e trasferita in seguito a vicende estreme e drammatiche dagli Stati Uniti all’Inghilterra e infine giunta in Italia, per un grand tour che si conclude in una Roma i cui momenti culminanti sono il 1870 (Porta Pia) e il 1887 (Dogali). Una creazione di fiction ispirata alla storia di due donne nere, realmente vissute in un mondo bianco: l’ostetrica abolizionista Sarah Parker Remond e la scultrice Edmonia Lewis, tra l’altro omosessuale.

La sua storia si alterna al piano narrativo del presente italiano con una seconda protagonista, la giovane italo-somala Leila, che riscopre la storia di Lafanu e la sua pittura fino a farne un oggetto di riflessione visiva e post-coloniale che la porterà alla Biennale di Venezia: qui si confronta con le contraddizioni della società tardo moderna rispetto alle figure migranti e con il (difficile) rapporto tra arte e politica, denuncia civile e dimensione estetica.

Lafanu Brown è segnata da una vicenda traumatica di violenza e subalternità e procede verso il riscatto: con una determinazione continua e inarrestabile, in mezzo a diversi momenti di crisi e sconfitta, riesce a diventare una «donna libera e aperta al mondo in tempi in cui donne erano ancora strette nella morsa di un patriarcato feroce», indipendente, forte e resiliente, «attivista, pittrice, ma anche anticipatrice della modernità»; Leila a sua volta racconta la sua vita di giovane afrodiscendente di religione islamica nell’Italia di oggi, divisa nel suo essere “nuova cittadina” tra quotidianità cittadina e di provincia, tra gli ambienti della diaspora somala romana e i rapporti con parenti in Somalia, tra cui la giovanissima cugina Binti: il suo tentativo di arrivare in Europa è uno dei tanti “naufragi” di chi parte senza avere un “passaporto forte”.

In entrambi i piani temporali il libro è caratterizzato dal fitto ricamo di una pluralità di figure femminili, di ogni età, censo, provenienza e professione che entrano in relazione con le protagoniste: di fatto personificazioni di caparbietà, passione, testardaggine, esuberanza, pragmatismo, gentilezza, sofferenza, innocenza, che definiscono la palette della sorellanza; senza escludere gli aspetti problematici e negativi (maternalismo, invidia, crudeltà, concorrenza, opportunismo) e le relazioni con la componente maschile del mondo, la quale è raccontata nella sua condizione di dominanza e nelle differenze di condizione che riguardano i vari soggetti a seconda del loro status, a costruire una gamma complessa di relazioni, posizioni e sfumature che sono una chiara declinazione della teoria dell’intersezionalità, o detto altrimenti il sovrapporsi di discriminazioni e oppressioni che riguardano le diverse identità sociali.

La pedina di vetro di Antonella Tavassi La Greca. (Di Renzo editore)

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La pedina di vetro è l’autobiografia romanzata di Giulia, figlia dell’imperatore Ottaviano Augusto. Siamo nel 700 a.C. nell’antica Roma.

L’intera vicenda storica è dunque presentata dal punto di vista della protagonista, dalla cui parte, inevitabilmente, il lettore si schiera, spinto dall’immedesimazione provocata dall’abilità dell’autrice nel rendere giustizia a «questa donna bella, intelligente e colta». Una ragazza che non riesce e non vuole accettare le regole che le vengono imposte, una donna che è disposta a tutto per affermare la sua indipendenza. Giulia è una pedina che, in apparenza, si fa manovrare ma che, come il vetro, si frantuma e non accetta di essere uno strumento nelle mani altrui.

La Giulia narratrice si definisce una donna «in carne e ossa», il cui destino ha voluto che fosse attorniata da figure femminili «modelli di purezza e rettitudine», donne «troppo virtuose», quali la zia Ottavia, la matrigna Livia e la cugina Antonia, moglie di Druso. Probabilmente l’amaro confronto, la gravosità del suo essere figlia del princeps, la sua profonda cultura e la spiccata intelligenza, hanno costretto lei, donna dallo spirito libero, giovane tenace nei suoi intenti, ad una gabbia d’oro e, alla fine, anche all’esilio, in seguito al quale si svela una Giulia matura, per la quale «la virtù consiste nell’essere capaci di sollevarsi fino alla soglia dell’indifferenza, al dominio completo delle passioni», anche se dichiara che scambierebbe volentieri la sua sorte con quella di qualsiasi schiava rimasta a Roma.

Alice Rivaz – “Come la sabbia”

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Alice Rivaz, pseudonimo di Alice Golay è stata una scrittrice svizzera di lingua francese di metà Novecento. Dopo un oblio di anni dovuto anche alla censura per il carattere emancipato e anticipatori dei suoi scritti, oggi il suo lavoro è finalmente riconosciuto con il ruolo di rilievo che gli compete nella letteratura e nella cultura europea. 

Dalla più tenera infanzia vive sulle rive del lago di Ginevra, dove lavora fino all’età della pensione al Bureau International du Travail. Nel mondo degli impiegati degli Organismi Internazionali ambienta il suo primo romanzo Nuages dans le main (1940), che rivela la capacità della Rivaz di costruire la trama attraverso la vita interiore dei personaggi, con immagini, parole e sensazioni. Qualche anno dopo scriverà Come la sabbia, edito in Italia da Edizioni Paginauno. La scrittrice ha posto al centro della narrazione l’alienazione e la complessità delle relazioni umane, raccontate attraverso il lavoro di alcuni funzionari di un organismo internazionale di Ginevra durante una manciata di giorni e di notti nell’inverno del 1928. In questo teatro con dei limiti ben fissati che si apre un mare infinito di pensieri e di rapporti, di aspirazioni e delusioni. Hélène, Claire-Lise e le altre donne del romanzo, appaiono figure caratterizzati da colori forti anche se dipinte in penombra, con quella luce discreta, mai spregiudicata, di alcuni paesaggi svizzeri. Tra loro appare anche André Chateney e la società borghese, apparentemente spensierata della prima metà del 900 nel cuore dell’Europa. Infatti la scrittrice ritrae la profondità e la disperazione della vita quando si aprono interrogativi sulla nostra presenza nel mondo. Alice Rivaz con grande eleganza stilistica, distilla interiore ed esteriore tra monologhi, osservazioni e dialoghi.

La tematica femminile esplode nel romanzo-pamphlet La paix des ruches (1947, La pace degli alveari); un testo che anticipa di due anni i temi della riflessione femminile trattati da Simone De Beauvoir.

Questa prima fase della sua attività letteraria è marcata tanto dal suo pensiero sul ruolo della donne nella società, quanto dal problema delle minoranze così come da riflessioni sull’amore e la solitudine.

Nel corso della seconda fase di creatività letteraria dal 1959, Rivaz denuncia l’egoismo e l’indifferenza della società nei confronti degli umili, esplora la vita interiore dei suoi personaggi, evoca la sua infanzia, i suoi ricordi e specialmente il suo debutto letterario e le ragioni della scelta di uno pseudonimo.

La Tuffatrice di Julia Von Lucadou.

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Sfruttata, manipolata, negata. La donna è al centro del mondo narrativo della scrittrice. Ma dei sentimenti non si sa niente. Perché è nell’invisibilità il segreto del dominio.

La Tuffatrice è un romanzo distopico scritto nel 2018 della tedesca Julia von Lucadou. Ha conseguito un dottorato in scienze cinematografiche e ha lavorato come assistente alla regia, redattrice di televisione e paziente di simulazione. Vive tra Bienna, New York e Colonia. Ha esordito come narratrice con Die Hochhausspringerin, La tuffatrice in italiano per Carbonio Editore, ha vinto lo Schweitzer Literaturoreis 2019.

In un mondo futuristico in cui si vive per accumulare punteggi, le emozioni vengono misurate da un dispositivo applicato al braccio, le giornate scandite da iper-efficienza, ferree regole comportamentali e una dose prestabilita di esercizio fisico, Riva Karnovsky, campionessa di Highrise Diving, tuffandosi dai grattacieli è riuscita a diventare una celebrità con schiere di fan e contratti milionari. Eppure, nel suo lussuoso attico al centro della metropoli, un giorno decide di mollare tutto, senza una ragione apparente. Non si allena più, non parla, scompare dai social assetati di foto e notizie. Per rimotivarla viene chiamata una giovane e ambiziosa psicologa, Hitomi Yoshida, che dovrà sorvegliarla giorno e notte attraverso telecamere nascoste in ogni angolo della casa. Finché Hitomi si accorge di essere lei stessa una prigioniera. E psicologa e paziente si invertono, i silenzi di Riva aiutano Hitomi e gli errori di quest’ultima cambiano la vita alla sportiva.

Ambientato in un mondo distopico molto atipica, non c’è un universo tirannico o un sistema politico che soffoca il proprio popolo con strutture legislative disumane, bensì la volontà collettiva e imperante di rientrare perfettamente nei canoni “della società della performance”. Ogni individuo ha un tracker fisico che calcola il battito cardiaco, il numero di passi, la temperatura e nel caso in cui un dipendente abbia un crollo emotivo è costretto per legge a seguire corsi di meditazione, colloqui psicologici oltre che a svolgere esercizi di mindfulness oltre a tenere il proprio corpo allenato.

La scrittrice ha creato una chiara e intelligente analisi della società umana nella sua distopia. Un elemento tipico dei romanzi distopici e che si ritrova nel romanzo è la divisione geografica della società tra la metropoli per ricchi e i bassifondi-periferie dei poveri. In realtà questa allegoria è radicata nella realtà: ovvero è ciò che accade nelle nostre città per colpa della “gentrificazione”. I poveri e gli indifesi vengono spinti sempre di più verso le periferie. Inoltre il romanzo contiene una critica sotterranea verso la “società delle performance, come un urlo strozzato contro un mondo lanciato verso il progresso e l’efficienza, ma che ignora totalmente l’interiorità degli esseri umani. Ci interroga sulla libertà, su ciò che ne facciamo e soprattutto su quale sia realmente la libertà delle donne. Diventa un simbolo, ma anche l’incubo di un futuro prossimo possibile, un monito che ci tiene in guardia.

Emons: valenti ascolti recenti.

Buone nuove in tempi grami: gli audiolibri continuano a sostenermi. Non vi siete ancora cimentati con gli audiolibri? È un’abitudine assai piacevole e opportuna. Vi siete già cimentati con gli audiolibri? Spero vivamente che questa ricognizione possa rimpinguare le vostre librerie e intrattenere le vostre voraci menti – più o meno recluse.

Ma ci troviamo qua riuniti, oggi, perché Emons ha recentemente caricato nuovi titoli, suscitando in me insopprimibili impulsi di aggiornamento della libreria dei futuri ascolti. Per la vostra e la mia utilità, dunque, ecco una piccola panoramica di quello che potrete allegramente ascoltare d’ora in poi.

Candidato al Premio Stega 2020: La misura del tempo di Gianrico Carofiglio.

Quest’ultimo libro di Gianrico Carofiglio è la dimostrazione che in casa abbiamo degli ottimi autori. Certo, Gianrico Carofiglio non è l’ultimo arrivato, ma devo ammettere che mi ha davvero stupito. Cominciamo dallo stile, che è la cosa che più mi ha colpito: accurato, coinvolgente, riflessivo, a volte adornato da una sottile ironia utile a stemperare; capace di dosare perfettamente dialoghi e narrazione. Dalla spiccata capacità di emozionare e fare riflettere, risulta evidente che l’etichetta di “autore d’intrattenimento” a Carofiglio sta più che stretta, e infatti credo non possa limitarsi a questo. L’autore non strizza continuamente l’occhio al lettore, non vuole farlo contento a ogni costo con scelte banali volte a regalargli una leggerezza passeggera; l’autore vuole lasciare il segno. Non ha paura di soffermarsi su verità scomode e difficili da digerire, a volte angoscianti; perché è consapevole che questo spingerà il lettore a fermarsi a ponderare quel che ha appena letto, regalandogli l’impagabile sensazione di aver letto qualcosa di vero, non contraffatto da artificiosi addolcimenti. La dolcezza c’è come c’è nella vita: a piccole dosi, senza ignorare i momenti difficili che a quella dolcezza danno una marcia in più. L’avvocato Guerrieri è praticamente viva: un personaggio così ben reso da poter credere di incontrarlo, un giorno o l’altro, lungo la strada di casa. Afflitto da dilemmi, vittima di debolezze e capace di piccoli atti d’eroismo, Guerrieri è un personaggio in cui ogni lettore può vedere una parte di sé stesso.

La prima audioserie “L’avvocato Guerrieri” del nuovo progetto Emons record.

Come una serie tv è l’adattamento su schermo, condotto in più puntate, del romanzo Le perfezioni provvisorie in un’audioserie. Così la storia si snoda per un totale di puntate audio lette da Liliana Bottone e Francesco Montanari. E’ il quarto romanzo della serie che ha come protagonista l’avvocato Guerrieri, sempre in bilico tra il suo intrigante lavoro e una solitudine malinconica, ma mai priva di umorismo e autoironia.

Cecità di José Saramago
Un libro intenso, soprattutto se letto in questo periodo di pandemia che stiamo vivendo. Una storia che fa riflettere sull’animo umano e i suoi cambiamenti in base alle condizioni in cui si viene a trovare, quando l’unico imperativo sembra essere “sopravvivere”.

Gianni Rodari “Favole al telefono”. Quest’anno ricorrono cent’anni dalla nascita di Gianni Rodari, un numero che lascia incredulo chi lo conosce attraverso i suoi libri.
Perché da decenni essi raccontano ogni giorno una realtà sempre attuale, descrivono lucidamente sentimenti ancora veri e nella loro semplicità geniale ci fanno riconoscere. Sono insomma storie moderne incarnate in una forma ‘classica’: universale, eterna, perfetta.

Storie bellissime e fantasiose che in apparenza non vogliono dire nulla ma che poco dopo ti accorgi abbiano un significato immenso. L’interpretazione di Bisio ha dato quel qualcosa in più, che ha reso il tutto ancora più gradevole. Poi ho scoperto che all’interno di questo libro c’è “A sbagliare le storie”, favola che avevo già letto ( e che mi era piaciuta molto) in un libro illustrato, tempo fa. È stato bello ascoltarla, dopo averla letta.

Orlando di Virginia Woolf

Orlando è senza dubbio una delle opere più popolari di Virginia Woolf e tra le tante cose è stata definita una biografia satirica o più spesso una lettera d’amore indirizzata a Vita Sackville-West. E’ un romanzo complesso che si presta a innumerevoli letture diverse e a sempre nuove interpretazioni.

Considerati gli innumerevoli temi presenti, (il tema del doppio, degli standard maschili e femminili, dell’incidenza delle regole sociali sull’individuo, della bellezza della natura, del difficile rapporto delle donne con la scrittura; il tema dello scorrere del tempo, del viaggio, il tema della critica ai vari generi letterari, prima di tutto la biografia, il tema della satira verso la critica letteraria, quello dell’identità frantumata in numerosi sé, messa in rilievo dagli scrittori del Novecento a cui si aggiunge la sperimentazione di nuove tecniche narrative), Orlando appare davvero un’opera inesauribile e dunque sarebbe opportuno esplicitare, di volta in volta, il tema che si intende esplorare, senza, per questo, pretendere che sia quello predominante.