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Colin Wilson uno dei più grandi irregolari della letteratura inglese.

Colin Wilson (1931-2013) è uno di quei mostri sacri della letteratura mondiale che, per qualche motivo, non ha avuto una grande fortuna in Italia nonostante negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il suo paese d’origine, sia letteralmente un’istituzione, infatti ogni anno a Nottingham si tiene la International Colin Wilson Conference. La sua attività letteraria proteiforme conta circa 170 titoli. Per questo è spesso molto criticato e accusato di superficialità, ma ha avuto numerosi illustri estimatori. E la verità è che Wilson straripa. Si tuffa in avanti. Si irradia. Si catapulta. Fra i titoli narrativi, ci sono numerosi gialli o mystery, anche questi bizzarri e fuori dagli schemi codificati del genere e la casa editrice Carbonio Editore, ha pubblicato La gabbia di vetro, uno dei libri di culto di Stephen King, e ha iniziato a pubblicare la trilogia che ha per protagonista Gerard Sorme iniziando da Riti notturni (Ritual in the Dark, 1960, pag.442, euro 18) e tra qualche giorno uscirà il secondo volume L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme.

Nel primo romanzo citato all’inizio, La gabbia di vetro, lo scrittore decostuisce il romanzo poliziesco. Un serial killer semina il panico squartando le sue vittime, maschili e femminili, e lascia enigmatiche scritte sui muri lungo il Tamigi: si tratta di versi del poeta inglese William Blake. Non resta ai perplessi detective di Scotland Yard, di chiedere aiuto al più grande esperto inglese del poeta: Damon Reade. Tutti gli indizi portano a un certo Gaylord Sundheim, ma quando lo studioso si trova a tu per tu con il presunto assassino, le sue credenze crollano. L’inchiesta si dipana nel vitalismo pulsante della Swinging London degli anni ’60, fatta di donne disponibili, locali notturni, ritrovi gay, feste ad alto tasso alcolico infarcite di ironiche conversazioni che spaziano dall’arte alle filosofie orientali. Un thriller psicologico particolarmente sofisticato eppure assolutamente godibile.

Il filo conduttore di Riti notturni è una serie delitti di donne nel quartiere Whitechapel a Londra, che sembrano evocare quelli commessi nello stesso quartiere un secolo prima da Jack lo Squartatore. Le modalità e la brutalità dell’esecuzione dei delitti erano simili.
Sorme indaga, grazie anche all’amicizia di alcuni componenti della Polizia, e mette in relazione le perversioni di Nunne con gli omicidi e le modalità di esecuzione. Al di là delle ricerche degli inquirenti, dei rilievi scientifici e delle ipotesi, Gerard Sorme scopre le motivazioni degli omicidi e di tanta brutalità. Così l’aspirante scrittore finisce per individuare l’identità dell’assassino. Il romanzo si svolge su più piani, fra criminologia e psicologia (peraltro grandi passioni di Colin Wilson che su questi temi ha scritto dei libri) la visione dell’omicidio come qualcosa di brutale e a volte come atto creativo, le perversioni di alcuni personaggi come l’esito della decadenza di una società.
Il titolo del libro rimanda a determinati riti ma non si comprende se i riti siano gli omicidi delle donne o se la scelta di certe donne abbia a che fare con particolari riti notturni. In ogni caso è un romanzo di grande interesse che, a distanza di sessant’anni, mantiene tutta la freschezza e l’interesse. Questo grazie a una scrittura semplice e a certe digressioni di carattere esistenziale e scientifiche.
Colin Wilson era un outsider, come lui stesso si definiva. E lo dimostrava in ogni suo libro avvicinandosi ad argomenti più diversi secondo una sua personale costante visione. In Riti notturni Wilson rimette in discussione convenzioni e morale del tempo, il ricorrente contrasto fra bene e male, la ricerca di un uomo nuovo lontano dalle convenzioni della società e fotografa la società inglese degli anni Sessanta con i suoi fermenti. Infatti in quegli anni si diffuse lo swinging London, Gran parte di questo fenomeno vide la gioventù orientarsi verso il nuovo e il moderno, e risultò in una rivoluzione culturale.

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Casa Lampedusa di Steven Price.

L’autore canadese Steven Price immagina i pensieri e le emozioni di Giuseppe Tomasi, “ultimo principe di Lampedusa”, mentre scrive “Il Gattopardo”, il suo maestoso romanzo sugli sconvolgimenti politici e sociali in Sicilia durante il Risorgimento. 

Il romanzo di Price si apre nel gennaio 1955, quando Giuseppe Tomasi di Lampedusa riceve una diagnosi di enfisema avanzato. Discendente da una lunga stirpe di aristocratici siciliani, Giuseppe vive con sua moglie Licy (la principessa Alessandra Wolff Stomersee), moglie affettuosa e sensibile, psicanalista accurata, che unisce a un’eleganza aristocratica una variegata cultura e “un’intensità silenziosa e intelligente nel suo modo di ascoltare”, a Palermo. Dopo aver bevuto un caffè con suo cugino Lucio, Giuseppe, prende coscienza di essere diventato come le grandi case bombardate della vecchia Palermo, vuote e logorate destinate ad essere dimenticate con il tempo. Giuseppe fa le osservazioni sull’Italia contemporanea e delle persone intorno a lui nel Gattopardo riuscendo a trasmettere al suo carismatico e malinconico principe, don Fabrizio, la sensazione di affrontare “un mondo in cui non ci sarebbe più posto per gente come lui”. Per quanto meravigliosi siano i passaggi sulla scrittura del Gattopardo, la storia più profonda di “Casa Lampedusa” parla di un uomo morente che fa i conti con la sua vita. Man mano che la salute di Giuseppe peggiora la narrazione si gonfia e si allontana con i suoi ricordi. È particolarmente affascinante vederlo alle prese con l’ombra della madre furiosa, morta da più di 10 anni ma ancora presente. La figura materna, aristocratica e altera, divenuta con gli anni simbiotica e soffocante, cupa e dilaniata dalla precoce perdita delle tre sorelle, è renitente al cambiamento sociale, si ostina a vivere come uno spettro tra le macerie del vecchio palazzo nobiliare, e rinsalda continuamente il legame con il figlio, nel tentativo di vincolarlo al passato come un’ancora tragica. L’autore, infatti, simpatizza con i mali del suo protagonista facendo comprendere al lettore come la decadenza e la perdita dei membri della sua famiglia lo abbiano segnato nel profondo .Nel romanzo si vede come Price elogia il ruolo della moglie di Tomasi, Alessandra, nell’ aiutare il marito a venire a patti con quell’eredità della sua famiglia che per anni lo hanno tormentato, sostenendo anche Giuseppe a sottoporre il romanzo altrove, dopo che un importante editore italiano ha rifiutato la sua opera, “Il Gattopardo”, ricordandogli che “Basta un solo editore per dire di sì”. Alla fine del romanzo, Price ci descrive in modo accurato come l’uomo che aveva sempre guardato la vita “solo di lato” lotta per tenere gli occhi aperti “per vedere il mondo il più a lungo possibile”, fuori dalla sua finestra. Giuseppe morì nel 1957, logorato dalla sua malattia, credendo che “Il Gattopardo” non sarebbe mai stato pubblicato, anche se nelle ultime pagine del romanzo ci viene ricordato, attraverso la testimonianza, nel 2003, di Gioacchino Tomasi, che “il Principe di Lampedusa” fu pubblicato dopo la sua morte, diventando un bestseller ed un film epico. 

Il libro sarà protagonista del secondo incontro del Bompiani Book Club a cui tutti possono partecipare virtualmente.

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Per una fetta di mela secca di Begoña Feijoó Fariña

Per una fetta di mela secca è il racconto vivido e sconvolgente della vita di Lidia. In realtà è la storia di migliaia di bambini svizzeri che, tra gli anni ’40 e l’inizio degli anni ’80, hanno subito le cosiddette “misure coercitive a scopo assistenziale”. Purtroppo i bambini venivano tolti forzatamente alla famiglia o perché povera, o perché considerati illegittimi; poi venivano affidati ad istituti, dove subivano maltrattamenti d’ogni tipo e a volte la sterilizzazione. Da adulti agli occhi dello Stato erano figli di nessuno.

Lidia è nata a Cavaione e strappata, alla madre dall’infanzia per essere internata in un istituto religioso, poi messa a servizio e sfruttata da un contadino, dove ha vissuto in condizioni disumane, diventando bersaglio della frustrazione e della bestialità del suo affidatario. La protagonista è cresciuta tra fame e violenza, ha vissuto una sottrazione e di identità e di legami affettivi. Dopo anni spesi ad imparare il silenzio, l’obbedienza e i sensi di colpa a vent’anni è finalmente “libera”. Per tutta la vita vive col peso di un passato fatto di costrizione, violenza, disumanità e accompagnata dal perenne e tormentoso ricordo dell’amata madre, a cui è stata tolta perché divorziata. Quindi non si sente veramente libera, perché vive con i fantasmi dell’orrore vissuto così a lungo. Sarà l’amore di suo marito ad aiutarla a pensare al futuro, fino ad una tragica sorprendente scoperta che la getterà nuovamente addosso l’ombra della violenza dell’istituto in cui è stata costretta a crescere. Ormai è diventata una donna consapevole, saprà perdonare e accettare le scuse dello Stato pronto a riconoscerle il torto inflitto?

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Gravina in Puglia e Altamura: mini guida per qualche giorno

Ciao Puglia che bello tornare a girovagarti. La nostra precedente esperienza estiva era già stata particolarmente felice e visto la situazione attuale abbiamo deciso di scoprire Gravina in Puglia e Altamura. Ci siamo cimentati in una serie di percorsi diversi, approfittando dell’ospitalità del Parco Nazionale dell’Alta Murgia e dell’attenzione sempre assai spiccata che ogni meta ci riserva.
Vista la felicità che abbiamo sprigionato, ecco qua una guida che riassume un po’ quello che abbiamo visto.

Procedo!

Che si può fare? Parecchio. Prima di partire ho prenotato la visita ai sotterranei della Città di Gravina, infatti è una tappa obbligatoria per chi decide di visitare la città murgiana. Queste opere di grande ingegneria civile sono state lasciate in abbandono per molto tempo fino a quando sono state recuperate e date a nuova vita dall’omonima associazione. Da molti anni, Gravina Sotterranea offre escursioni nei luoghi più affascinanti e caratteristici del ventre città. Il percorso più completo che si può effettuare dura circa 1 ora e mezza e comprende diversi siti sotterranei che spesso non sono comunicanti tra di loro.

Questo è lo spettacolo presente nei sotterranei della città: sotto più punti della città, se ne sviluppa una parallela, abitata numerosi anni addietro, che si svela con il suo fascino e il suo mistero più profondo. Gli scavi non sono ancora terminati. Grazie alle torce delle guide che accolgono i visitatori per mostrare quanto scoperto, è possibile scorgere vani sotterranei di potente fattura che riportano alla mente lo stile di vita condotto dai predecessori.

Alla fine della visita la guida ci ha portato all’ingresso del Ponte Viadotto Acquedotto. Abbiamo percorso i 90 metri che ci ha permesso di raggiungere una serie di grotte scavate nel “tufo” e utilizzate, per tutto il medioevo e parte dell’età moderna, ad abitazioni e luoghi di culto. San Michele delle Grotte, chiesa rupestre a cinque navate situata nel rione medievale dei Fondovito.  Madonna della Stella, luogo di culto precristiano e frequentata meta di pellegrini fino al XVIII secolo.

Più in alto, invece, troverete il sito archeologico di Botromagno (meglio detto Petra Magna) in cui sono stati recuperati vasi, attrezzi agricoli, utensili domestici, gioielli, monete, armi di epoca greca e romana. Dai reperti rinvenuti si riesce a capire che fin dal periodo greco la città era costituita da diverse classi sociali, questo conferma l’importanza di questo centro.

Durante la visita alla città, ci hanno consigliato di andare al Museo Ettore Pomarici Santomasi ma non avevamo prenotato e non siamo riusciti ad entrare. Pazienza.

Era arrivato il momento di pranzare e siamo andati nel centro città e difronte al ristorante, in cui avevamo prenotato, abbiamo visto la Torre dell’orologio. E’ una struttura maestosa, impreziosita da quella singolarità stilistica neogotica, che richiama, non solo i fasti antichi di un tempo, ma, anche, la cadenza delle ore scandite dal tocco delle campane, testimoniando oltre i secoli la vita di ognuno, di intere generazioni. Purtroppo non è visitabile.

Il giorno seguente abbiamo optato per visitare Altamura, famosa per il suo pane. E non solo. La città è famosa anche per l’Uomo di Altamura, uno dei più importanti ritrovamenti archeologici del territorio. Si tratta di un fossile umano ritrovato nella grotta di Lamalunga: le datazioni sono ancora in corso ma accertamenti sul dna, prelevato da una scapola, sembrano collocarlo nel periodo Neanderthaliano.
L’Uomo di Altamura però non è la sola traccia visibile di un passato molto remoto. Infatti, a soli 4 chilometri dalla città, in una cava della località Pontrelli, sono state ritrovate orme di dinosauri fossilizzate in una massa calcarea in ottimo stato di conservazione. Questi ritrovamenti sono visibili all’interno del Centro visite Lamalunga, utile per approfondire la conoscenza dell’ambiente dell’Alta Murgia e della speleologia, per inquadrare e illustrare le tematiche e le attività che hanno condotto alla scoperta della grotta dove è conservato lo scheletro fossile. Una selezione di minerali e fossili illustra la storia della terra, con particolare riguardo per la geologia del territorio e si possono osservare da vicino le speciali attrezzature con cui gli esperti esplorano le cavità carsiche, traendo informazioni importanti per la conoscenza della natura. Il percorso di visita comprende anche l’utilizzo di sussidi audiovisivi.

Noi abbiamo acquistato il biglietto integrato 2 siti: Centro visite Lamalunga e l’ingresso al Mudima, in omaggio abbiamo ricevuto dal Panificio Di Gesù mezzo kilo di pane.

Ciacche se mange josce? Tre cause andiche; scuèrze, pèjne, e meddiche.
Cosa si mangia oggi? Tre cose antiche: crosta, pane e mollica.

In questo proverbio altamurano si racchiude il simbolo di una città e la storia di un antico forno: il Forno Di Gesù. Nell’antichità il pane era impastato prevalentemente dalle donne tra le mura domestiche, e portato a cuocere in forni pubblici. La produzione del pane era dunque un atto corale, sul piano sociale e culturale, nel quale la sfera familiare e privata si incrociava con quella pubblica. Per evitare che le pagnotte si confondessero, il fornaio procedeva a marchiarle con le iniziali del proprietario o del capofamiglia, impresse su un timbro di ferro. Solo allora procedeva ad infornarle.

Vorrei spendere due parole sul Mudima. Il museo è allestito nella parte sopraelevata della Cattedrale di Altamura: i matronei, loggiati che si sviluppano lungo due camminamenti paralleli sovrastanti le navate laterali della basilica. Questa tipologia architettonica, tipica delle costruzioni religiose medievali, deve il suo nome al termine latino matrona (signora) che indica come in passato fossero luoghi deputati ad ospitare le donne. La tribuna, che collega i due loggiati interni, è sormontata dal grande rosone, progettato per dare luce alla navata centrale della chiesa e rimaneggiato ampiamente nel corso dei secoli. All’interno della tribuna troverete due opere di Giuseppe Siniscalchi, l’ideatore del Fronteversismo un nuovo ed originale tipo di pittura, pensiero artistico, filosofico, culturale, per contribuire alla costruzione di un mondo migliore e di pace. L’ idea è anche quella di andar oltre le apparenze ed in profondità in ogni campo per riscoprire tanti valori oggi spesso trascurati nel vortice della routine quotidiana, per una maggior integrazione interculturale tra persone di diversi paesi quale base di conoscenza imprescindibile per la pace, valore assoluto sul quale non bisogna mai abbassar la guardia. Infatti l’opera “Primavera di pace” (2016) mi ha dato la sensazione di pace ed armonia.

Dopo la visita al Mudima, siamo scesi nella Cattedrale dell’Assunta. E’ in stile romanico e fu fatta costruire nel 1232 da Federico II. Della cattedrale, ciò che maggiormente ha attirato lo sguardo è il suo portale, in stile gotico, ricco di decorazioni e sculture. Da vedere è inoltre l’organo monumentale realizzato da maestri organari di Torino.

Se capiterete da quelle parti, fatemelo sapere. E alla sera portatevi una felpetta, che grazie al cielo FA FRESCO.
Spero di aver sprigionato dell’utilità per le vostre meritatissime ferie.

HarperCollins ha pubblicato una trilogia ispirata a “Romulus” di Luca Azzolini.

La trilogia è ambientata nell’VIII secolo a.C. e narra le vicende precedenti alla nascita di Roma. nel Lazio antico, trenta popoli facenti parte della Lega Latina sono guidati da Numitor, re di Alba Longa. Dopo un lungo periodo di siccità e conseguentemente di carestia, la guida del re viene messa in dubbio e sottoposta al giudizio degli Dei, che ne sanciscono l’esilio. I suoi nipoti, i Fratelli gemelli Yemos ed Enitos sono i suoi diretti successori, ma Amulius, fratello minore del re, spinto anche dalla sete di potere sua e di sua moglie Gala, organizza in segreto l’assassinio dei gemelli. Enitos resta ucciso dallo stesso Amulius, ma Yemos riesce a fuggire e a nascondersi nella foresta. Amulius diventa re ed incolpa Yemos dell’uccisione del fratello Enitos. Ma il capo della Tribu di Gabi, Ertas, non crede alla versione del re, manifestando i suoi sospetti apertamente. Dopo pochi giorni dalla sua fuga nella foresta, Yemos si imbatte in un gruppo di giovani ragazzi della tribù dei Luperci, mandati nella foresta per dimostrare di essere uomini. Fra questi vi è un giovane schiavo di nome Wiros, che Yemos inizierà a difendere dalla protervia dei compagni. Durante una spedizione nella foresta, Wiros uccide un compagno che voleva strangolarlo. Fugge poco dopo con Yemos ma dei mercanti li catturarono avendo riconosciuto il nipote del re. Durante la notte, una misteriosa e terrificante tribù che vive nei boschi e che venera la dea Rumia, la dea dei lupi, attacca l’accampamento dei mercanti uccidendoli tutti. Risparmiano però Wiros che porta il loro simbolo sul corpo. Decidono di fare lo stesso con Yemos che lo ha sempre protetto. Wiros scopre di essere stato membro di quella tribù da bambino e la predisposizione di Yemos a proteggere il suo amico, determina il loro sodalizio anche con la tribù. Il loro legame sarà la scintilla che li condurrà a fronteggiare e sovvertire l’ordine in cui sono cresciuti. Nel frattempo, la figlia di Amulius, Ilia, lascia le vestali ed inizia un duro addestramento per diventare una guerriera consacrando il suo destino nella vendetta della morte di Enitos che ha amato in segreto fin dalla tenera età. La caccia aperta a Yemos inizia con l’uccisione del re di Gabi per mano della stessa Ilia. Ertas venne accusato di nascondere in segreto Numitor e sua figlia Silvia, la madre dei gemelli. Venne decapitato e il Villaggio messo a ferro e fuoco alla ricerca degli esiliati che nel frattempo vengono portati via da Lausus, figlio di Ertas, che li condurrà in un villaggio a 20 miglia per nasconderli dall’esercito di Alba Longa. La guerra è alle porte e sarà un conflitto epocale pronto a stravolgere le Terre dei Trenta. Da questo scontro sorgerà una città destinata a regnare sul mondo. La città eterna.

Sciascia e Manzoni.

La pagina riprodotta è opera di : Roberta De Luca, «Il popolo è dovunque buona giuria e cattivo tribunale».Sciascia, Manzoni e l’ossessione della responsabilità individuale, «Todomodo» X, 2020, pp. 145-158

Continua la rubrica #sciasciamente. Nel mese di febbraio mi occupo della categoria La rassegna della rivista annuale Todomodo, pubblicata da Olschki Editore.
In questo articolo vi parlo di Sciascia e Manzoni.

Sciascia ha dichiararlo: «Se mi si chiedesse a quale corrente di scrittori appartengo, e dovessi limitarmi a un solo nome, farei senza dubbio quello di Manzoni». Sciascia lesse l’opera manzoniana, come egli stesso confessa, prima che glielo facessero leggere a scuola, avendo così modo di apprezzarne l’autentico valore. I due scritti più importanti che gli dedicò sono: «Goethe e Manzoni» e «Storia della colonna infame».

Nel primo saggio Sciascia prende spunto tra le considerazioni di Goethe sui Promessi Sposi riassumendone l’eccellenza in quattro punti: la storia; la religione cattolica; le lotte rivoluzionarie; l’amore e la conoscenza dei luoghi.  Sciascia nella scrittura manzoniana ha riconosciuto l’espressione più alta della scrittura come forma della felicità, della felicità della scrittura, proponendo così un Manzoni certamente originale, da contrapporre alla fama corrente di scrittore noioso. C’è un episodio della vita di Manzoni che Sciascia apprese da una vecchia antologia scolastica e che egli assume ad esemplificazione di uno dei punti in cui Goethe sintetizza l’eccellenza del romanzo, quello delle «lotte rivoluzionarie»: in quell’occasione l’autore dei Promessi Sposi diede prova di grande coraggio e insieme di suprema discrezione. Quell’episodio diviene per Sciascia «una specie di chiave di lettura dell’opera, ponendosi come spiegazione del rapporto tra il personaggio protagonista del romanzo e il suo autore»: un caso evidente di quell’interesse che sempre Sciascia ripone nella biografia di un autore per meglio comprenderne l’opera.

Nel primo saggio Sciascia prende spunto tra le considerazioni di Goethe sui Promessi Sposi riassumendone l’eccellenza in quattro punti: la storia; la religione cattolica; le lotte rivoluzionarie; l’amore e la conoscenza dei luoghi.  Sciascia nella scrittura manzoniana ha riconosciuto l’espressione più alta della scrittura come forma della felicità, della felicità della scrittura, proponendo così un Manzoni certamente originale, da contrapporre alla fama corrente di scrittore noioso. C’è un episodio della vita di Manzoni che Sciascia apprese da una vecchia antologia scolastica e che egli assume ad esemplificazione di uno dei punti in cui Goethe sintetizza l’eccellenza del romanzo, quello delle «lotte rivoluzionarie»: in quell’occasione l’autore dei Promessi Sposi diede prova di grande coraggio e insieme di suprema discrezione. Quell’episodio diviene per Sciascia «una specie di chiave di lettura dell’opera, ponendosi come spiegazione del rapporto tra il personaggio protagonista del romanzo e il suo autore»: un caso evidente di quell’interesse che sempre Sciascia ripone nella biografia di un autore per meglio comprenderne l’opera. Nella conclusione del saggio l’argomentazione di Sciascia si fa stringente : «Anni addietro Cesare Angelini, dopo più di mezzo secolo di amorosa, attenta e sottile lettura dell’opera manzoniana, fu come folgorato da una domanda: perché se ne vanno? perché Renzo e Lucia, ormai che tutto si è risolto felicemente per loro, ormai che nel castello di don Rodrigo c’è un buon signore e nulla più hanno da temere, lasciano il paese che tanto amano? Non seppe trovare risposta. E pure la risposta è semplice: se ne vanno perché hanno già pagato abbastanza, in sofferenza, in paura, a don Abbondio e al suo sistema; a don Abbondio che sta lì, nelle ultime pagine del romanzo, vivo, vegeto, su tutto e tutti vittorioso e trionfante: su Renzo e Lucia, su Perpetua e i suoi pareri, su don Rodrigo, sul cardinale arcivescovo. Il suo sistema è uscito dalla vicenda collaudato, temprato come acciaio, efficientissimo. Ne saggiamo la resistenza anche noi, oggi: a tre secoli e mezzo dagli anni in cui il romanzo si svolge, a un secolo e mezzo dagli anni in cui Alessandro Manzoni lo scrisse».

Nell’interpretazione sciasciana I promessi Sposi sono una disamina lucidissima e spietata della società italiana: del tempo in cui il romanzo si svolge, del tempo in cui Manzoni lo scrisse, del tempo in cui noi lo leggiamo. Nell’opera manzoniana Sciascia legge l’analisi, lucida e tormentata, delle responsabilità individuali imputabili a uomini che hanno il potere di giudicare altri uomini, e tanto più acuta e dolorosa è quest’analisi in quanto riferita a uomini non eccezionalmente malvagi né a tempi di eccezionale oscurità, ma a uomini con la loro parte di umanità, e in qualsiasi tempo: occorre vigilare perché più non accada che alcuni uomini possano disporre della libertà e della vita di altri uomini, e proprio perché ciò può accadere sempre: «Poiché il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo essere davvero storicisti. Il passato che non c’è più – l’istituto della tortura abolito, il fascismo come passeggera febbre di vaccinazione – s’appartiene a uno storicismo di profonda malafede se non di profonda stupidità. La tortura c’è ancora. E il fascismo c’è sempre».

Essere rosso di Javier Argüello.

Essere rosso è una narrazione a più voci, quella giovane e speranzosa dell’autore e quella ormai nostalgica dei genitori. Essere rosso è il racconto di Javier, dei suoi genitori, di come suo padre diventerà un funzionario delle Nazioni Unite, di come incontrerà sua moglie, la mamma di Javier, al festival della gioventù comunista a Vienna. Racconta molto altro, le due diverse origini dei genitori, il caso fortuito di come suo padre, Omar, possa continuare gli studi, il caso fortuito di incontri e situazioni che creano la storia di un individuo. E poi il 1973, a settembre, in Cile, il golpe e le strade vuote di Santiago del Cile. Il padre di Javier cercherà di salvare i dissidenti da un regime di torture, di fucilazioni in massa nei campi sportivi. Giorni di incessante lotta politica che segnano la caduta di Allende e l’ascesa di Pinochet, passando per la situazione nell’ex URSS, fino alla caduta del muro di Berlino. Conosciamo il volto di una generazione che, riunita in quelle piazze, gridava a gran voce slogan rivoluzionari. Successivamente il sogno di uguaglianza ha lasciato il posto al disincanto e alla disillusione.
«Se fossimo riusciti a costruire un mondo senza disuguaglianze, certe cose non sarebbero più accadute. E se smettevano di accedere, avrebbero smesso di accadere anche a me».
Javier racconta dell’Europa, dell’Ungheria, della Russia, nel momento in cui la Lettonia, la Bielorussia e l’Ucraina sono diventati stati indipendenti. Racconta di come i movimenti storici intrecciano i destini individuali, Stalin, la guerra fredda, e in fondo “non si trattava né di colori, né di idee ma di persone che ritenevano lecito annientare l’altro per difendere i propri interessi”.

Grazie Voland per aver aver pubblicato in Italia questo racconto così importante.

Io non ti lascio solo di Gianluca Antoni.

Il romanzo “Io non ti lascio solo” (Salani editore) dell’autore e psicologo psicoterapeuta Gianluca Antoni, ci racconta la storia travolgente e appassionante di due ragazzini, due amici, Filo e Rullo, che per cercare il cane Birillo intraprendono un’avventura che porterà ad un susseguirsi di eventi e alla scoperta di avvenimenti accaduti trent’anni prima. Prima di raccontarvelo, il romanzo ha vinto il torneo letterario IoScrittore e il premio Romics nel 2017 come miglior romanzo di genere per «la capacità di raccontare una storia noir con lo sguardo fresco e innocente di due bambini e per lo spiazzante colpo di scena finale». In più sono già stati venduti i diritti cinematografici.

Filo è un ragazzino vivace, bravo a scuola, socievole. Purtroppo perde la mamma, a causa della depressione che l’ha spenta giorno dopo giorno. Filo si chiude nel suo abisso di sconforto, si isola, confuso da quanto successo e troppo giovane per arrivare a capire il dramma della madre. Eppure non ha alcuna intenzione di sentirsi sconfitto dalla vita, e trova nel suo amico Rullo la spinta giusta per tornare a sorridere.

Un giorno l’adorato cagnolino di Filo si è perde nei boschi mentre era a spasso con Paride, il padre di Filo. Filo è sconvolto, non può sopportare un’altra perdita. Qui inizia la magia di questo racconto: la storia tenera e commuovente di una straordinaria amicizia. Filo e Rullo partono da soli alla ricerca di Birillo. Durante il viaggio incontreranno personaggi stravaganti: la piccola Amélie coi suoi nonni, poi Scacco, l’adorabile sognatore considerato il matto buono del villaggio. Tutti si faranno coinvolgere in un modo o nell’altro nelle scorribande di Filo e Rullo, perché, diciamocelo, sono due adorabili ruba cuori. Convinti che Birillo sia stato sequestrato dal vecchio Guelfo, decidono di attuare i loro strampalati piani per liberarlo da colui che è considerato l’orco del paese, sospettato di aver addirittura ucciso il figlioletto Tommaso.

La storia, quando ormai sembrava lineare, ad un certo punto subisce un colpo di scena che riuscirà a disorientare il lettore facendo in modo che rimanga incredulo davanti alle parole dell’autore. Si scopriranno, infatti, delle verità che nessuno ha mai sospettato e che porteranno lo stesso maresciallo del paese De Benedittis, che aveva indagato trent’anni prima, a rimanere sconvolto. Infatti gli consegnano il diario di Filo, nero, e il diario di Rullo, rosso. I due quaderni, scritti fitti fitti, riemergono dalla cantina della casa del montanaro Guelfo, dove erano rimasti nascosti dietro un mattone, in seguito alle vicende di quell’estate. Vicende che i due ragazzini avevano deciso di riportare fedelmente nei rispettivi diari.

Un romanzo bello, un libro che ho divorato, che mi ha tenuto sveglia nelle notti in cui lui dormiva sul mio comodino, che mi ha coinvolto, appassionato e commosso, un romanzo che consiglio a chi vuole leggere una bella storia, strutturata in modo non convenzionale, a chi vuole tornare a vedere le cose attraverso gli occhi dell’infanzia, a chi è disposto a lasciarsi stupire e a lasciarsi andare.

Il risveglio di Kate Chopin.

Uscito per Galaad edizioni, con la traduzione e cura di Paolo Ruggieri, nella collana Lumina Mundi, “Il risveglio” è un breve romanzo pubblicato per la prima volta nel 1889. Non è un caso che questo romanzo venga considerato un testo legato al femminismo, dove sono anticipati molti temi che saranno propri del movimento per la conquista della parità delle donne.

La vicenda si snoda nella sonnolenta e multietnica Louisiana di fine ‘800, tra Grand-Isle e New Orleans. Una storia di passione e di libertà la quale si svolge tutta in estate, periodo che indica per molti il simbolo di rinascita. Edna, appartenente a una benestante famiglia borghese, vive un’esistenza apparentemente perfetta, fra ricevimenti, un marito premuroso, due bambini da crescere e amiche con cui conversare. Tuttavia lei, proveniente dal Kentucky e di famiglia presbiteriana, non riesce ad abituarsi ai costumi più aperti e spontanei della gente di origine creola: fin dall’inizio è dunque una “outsider”. Dimostra inoltre sentimenti ambivalenti non tanto per suo marito – sposato ben più per convenzione che per amore – quanto per i suoi stessi figli: un attimo è madre affettuosa, un attimo sembra lasciarli a loro stessi. Darebbe la vita per loro, dice, ma non se stessa. Edna si configura dunque come una donna intrinsecamente indipendente: l’amore per il bel giovane Robert prima e l’allontanamento di suo marito e dei figli poi, e in più la musica di Mademoiselle Reisz (musica che dona alla sua anima un linguaggio con cui parlare), finiscono col risvegliare la sua mente e i suoi sensi. Si rende conto di essere un individuo capace di pensare, di prendere decisioni, di reinventarsi: un individuo che non è forzatamente sottomesso a suo marito, che non è una sua proprietà (come le convenzioni del tempo auspicavano). Il risveglio del corpo di Edna, infine, avviene tra le braccia di Alcée Arobin. Lei diviene una donna che “si dà a chi le pare quando le pare”. Una donna capace di badare a se stessa, che non ha paura di uscire da sola di notte, che si dedica a lavori maschili come i traslochi, che dipinge con successo e dunque può iniziare a guadagnarsi da vivere senza dover dipendere dal suo sposo. Una donna finalmente presente a se stessa, raggiante pur se giudicata quasi pazza, autoconsapevole, che può baciare un uomo per piacere e non perché costretta. Il suo ultimo grande atto di affermazione, dopo la fine dell’amore, sarà il suicidio: un richiamo verso il mare, quel mare che avvolge tutto e che infine la abbraccerà come un amante.

Gridalo di Roberto Saviano.

Gridalo è un’indagine sui meccanismi della propaganda, della censura, della manipolazione, come un libro “poetico e militante, di non assuefazione alle regole del gioco”, pubblicato per Bompiani. Sono oltre 500 pagine di storie di donne e uomini che si sono battuti per la verità e contro le ingiustizie, lo scrittore racconta il meccanismo perverso delle manipolazioni, delle fake news e del cinismo malvagio di chi rinuncia a combattere.

Saviano si rivolge al se stesso di 15 anni, quando aveva la rivolta tra le dita, i capelli lunghi e un giornale in tasca per dare sfoggio della sua coscienza politica – e, forse, della sua incoscienza della realtà: «Non vuoi fermarti, vero? Non vuoi ascoltare le cose che ho da dirti?», ma anche se lo facesse, «non riusciresti a credere». Eppure il non-manuale di Saviano è intessuto di storie importanti, alcune famose altre semi-sconosciute. Scrittura giornalistica di racconto e inchiesta: il risultato è una mappa di concetti o «una lanterna» per illuminare convinzioni basilari: mai cedere al cinismo, non abbandonare la conoscenza in favore della rabbia, non prestare ascolto a chi semina odio, non sposare i fanatismi, non credere ai complotti. Nell’universo di Saviano ci sono tanti eroi ma nessun santo. Persone piene di difetti che fanno il loro dovere e combattono una battaglia giusta, anche quando va a loro svantaggio. La Politkovskaja, che si oppose a Putin (e fu uccisa). Giordano Bruno, che non volle rinunciare alla libertà del pensiero. Martin Luther King – e la moglie – che non cedette ai ricatti, alle pression, anche a costo della vita. Ma anche Anna Achmatova, Émile Zola, Daphne Caruana Galizia. Il volume è ampio, le storie sono tantissime, spesso intrecciate tra loro. Si sovrappongono da epoche storiche diverse, da mondi lontani, vere favole morali contemporanee. Ma per quanto varie, si rifanno alla stessa matrice: la convinzione profonda che «il pessimismo, da cui io per primo sono costantemente tentato, è un vizio», la consapevolezza che «la speranza è andata» e che il senso di appartenenza al genere umano si trova «solo nella lotta».

Roberto Saviano questa volta si concentra sulle dinamiche pericolose che dominano ogni comunicazione, evidenziando come la ricerca della verità debba essere un faro da seguire in ogni circostanza.