La Tuffatrice di Julia Von Lucadou.

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Sfruttata, manipolata, negata. La donna è al centro del mondo narrativo della scrittrice. Ma dei sentimenti non si sa niente. Perché è nell’invisibilità il segreto del dominio.

La Tuffatrice è un romanzo distopico scritto nel 2018 della tedesca Julia von Lucadou. Ha conseguito un dottorato in scienze cinematografiche e ha lavorato come assistente alla regia, redattrice di televisione e paziente di simulazione. Vive tra Bienna, New York e Colonia. Ha esordito come narratrice con Die Hochhausspringerin, La tuffatrice in italiano per Carbonio Editore, ha vinto lo Schweitzer Literaturoreis 2019.

In un mondo futuristico in cui si vive per accumulare punteggi, le emozioni vengono misurate da un dispositivo applicato al braccio, le giornate scandite da iper-efficienza, ferree regole comportamentali e una dose prestabilita di esercizio fisico, Riva Karnovsky, campionessa di Highrise Diving, tuffandosi dai grattacieli è riuscita a diventare una celebrità con schiere di fan e contratti milionari. Eppure, nel suo lussuoso attico al centro della metropoli, un giorno decide di mollare tutto, senza una ragione apparente. Non si allena più, non parla, scompare dai social assetati di foto e notizie. Per rimotivarla viene chiamata una giovane e ambiziosa psicologa, Hitomi Yoshida, che dovrà sorvegliarla giorno e notte attraverso telecamere nascoste in ogni angolo della casa. Finché Hitomi si accorge di essere lei stessa una prigioniera. E psicologa e paziente si invertono, i silenzi di Riva aiutano Hitomi e gli errori di quest’ultima cambiano la vita alla sportiva.

Ambientato in un mondo distopico molto atipica, non c’è un universo tirannico o un sistema politico che soffoca il proprio popolo con strutture legislative disumane, bensì la volontà collettiva e imperante di rientrare perfettamente nei canoni “della società della performance”. Ogni individuo ha un tracker fisico che calcola il battito cardiaco, il numero di passi, la temperatura e nel caso in cui un dipendente abbia un crollo emotivo è costretto per legge a seguire corsi di meditazione, colloqui psicologici oltre che a svolgere esercizi di mindfulness oltre a tenere il proprio corpo allenato.

La scrittrice ha creato una chiara e intelligente analisi della società umana nella sua distopia. Un elemento tipico dei romanzi distopici e che si ritrova nel romanzo è la divisione geografica della società tra la metropoli per ricchi e i bassifondi-periferie dei poveri. In realtà questa allegoria è radicata nella realtà: ovvero è ciò che accade nelle nostre città per colpa della “gentrificazione”. I poveri e gli indifesi vengono spinti sempre di più verso le periferie. Inoltre il romanzo contiene una critica sotterranea verso la “società delle performance, come un urlo strozzato contro un mondo lanciato verso il progresso e l’efficienza, ma che ignora totalmente l’interiorità degli esseri umani. Ci interroga sulla libertà, su ciò che ne facciamo e soprattutto su quale sia realmente la libertà delle donne. Diventa un simbolo, ma anche l’incubo di un futuro prossimo possibile, un monito che ci tiene in guardia.

Emons: valenti ascolti recenti.

Buone nuove in tempi grami: gli audiolibri continuano a sostenermi. Non vi siete ancora cimentati con gli audiolibri? È un’abitudine assai piacevole e opportuna. Vi siete già cimentati con gli audiolibri? Spero vivamente che questa ricognizione possa rimpinguare le vostre librerie e intrattenere le vostre voraci menti – più o meno recluse.

Ma ci troviamo qua riuniti, oggi, perché Emons ha recentemente caricato nuovi titoli, suscitando in me insopprimibili impulsi di aggiornamento della libreria dei futuri ascolti. Per la vostra e la mia utilità, dunque, ecco una piccola panoramica di quello che potrete allegramente ascoltare d’ora in poi.

Candidato al Premio Stega 2020: La misura del tempo di Gianrico Carofiglio.

Quest’ultimo libro di Gianrico Carofiglio è la dimostrazione che in casa abbiamo degli ottimi autori. Certo, Gianrico Carofiglio non è l’ultimo arrivato, ma devo ammettere che mi ha davvero stupito. Cominciamo dallo stile, che è la cosa che più mi ha colpito: accurato, coinvolgente, riflessivo, a volte adornato da una sottile ironia utile a stemperare; capace di dosare perfettamente dialoghi e narrazione. Dalla spiccata capacità di emozionare e fare riflettere, risulta evidente che l’etichetta di “autore d’intrattenimento” a Carofiglio sta più che stretta, e infatti credo non possa limitarsi a questo. L’autore non strizza continuamente l’occhio al lettore, non vuole farlo contento a ogni costo con scelte banali volte a regalargli una leggerezza passeggera; l’autore vuole lasciare il segno. Non ha paura di soffermarsi su verità scomode e difficili da digerire, a volte angoscianti; perché è consapevole che questo spingerà il lettore a fermarsi a ponderare quel che ha appena letto, regalandogli l’impagabile sensazione di aver letto qualcosa di vero, non contraffatto da artificiosi addolcimenti. La dolcezza c’è come c’è nella vita: a piccole dosi, senza ignorare i momenti difficili che a quella dolcezza danno una marcia in più. L’avvocato Guerrieri è praticamente viva: un personaggio così ben reso da poter credere di incontrarlo, un giorno o l’altro, lungo la strada di casa. Afflitto da dilemmi, vittima di debolezze e capace di piccoli atti d’eroismo, Guerrieri è un personaggio in cui ogni lettore può vedere una parte di sé stesso.

La prima audioserie “L’avvocato Guerrieri” del nuovo progetto Emons record.

Come una serie tv è l’adattamento su schermo, condotto in più puntate, del romanzo Le perfezioni provvisorie in un’audioserie. Così la storia si snoda per un totale di puntate audio lette da Liliana Bottone e Francesco Montanari. E’ il quarto romanzo della serie che ha come protagonista l’avvocato Guerrieri, sempre in bilico tra il suo intrigante lavoro e una solitudine malinconica, ma mai priva di umorismo e autoironia.

Cecità di José Saramago
Un libro intenso, soprattutto se letto in questo periodo di pandemia che stiamo vivendo. Una storia che fa riflettere sull’animo umano e i suoi cambiamenti in base alle condizioni in cui si viene a trovare, quando l’unico imperativo sembra essere “sopravvivere”.

Gianni Rodari “Favole al telefono”. Quest’anno ricorrono cent’anni dalla nascita di Gianni Rodari, un numero che lascia incredulo chi lo conosce attraverso i suoi libri.
Perché da decenni essi raccontano ogni giorno una realtà sempre attuale, descrivono lucidamente sentimenti ancora veri e nella loro semplicità geniale ci fanno riconoscere. Sono insomma storie moderne incarnate in una forma ‘classica’: universale, eterna, perfetta.

Storie bellissime e fantasiose che in apparenza non vogliono dire nulla ma che poco dopo ti accorgi abbiano un significato immenso. L’interpretazione di Bisio ha dato quel qualcosa in più, che ha reso il tutto ancora più gradevole. Poi ho scoperto che all’interno di questo libro c’è “A sbagliare le storie”, favola che avevo già letto ( e che mi era piaciuta molto) in un libro illustrato, tempo fa. È stato bello ascoltarla, dopo averla letta.

Orlando di Virginia Woolf

Orlando è senza dubbio una delle opere più popolari di Virginia Woolf e tra le tante cose è stata definita una biografia satirica o più spesso una lettera d’amore indirizzata a Vita Sackville-West. E’ un romanzo complesso che si presta a innumerevoli letture diverse e a sempre nuove interpretazioni.

Considerati gli innumerevoli temi presenti, (il tema del doppio, degli standard maschili e femminili, dell’incidenza delle regole sociali sull’individuo, della bellezza della natura, del difficile rapporto delle donne con la scrittura; il tema dello scorrere del tempo, del viaggio, il tema della critica ai vari generi letterari, prima di tutto la biografia, il tema della satira verso la critica letteraria, quello dell’identità frantumata in numerosi sé, messa in rilievo dagli scrittori del Novecento a cui si aggiunge la sperimentazione di nuove tecniche narrative), Orlando appare davvero un’opera inesauribile e dunque sarebbe opportuno esplicitare, di volta in volta, il tema che si intende esplorare, senza, per questo, pretendere che sia quello predominante.

Due libri di pregio.

Dunque, questo post può essere utilizzato in due modi.
Uno. Può fungere da fonte di ispirazione per rimpolpare il vostro scaffale di libri di raro pregio e ricchezza tematica.
Due. Può fungere da mini-passaporto per cominciare ad esplorare le vaste praterie di Leo S. Olschki. Una casa editrice in cui l’attività si identifica con il settore delle scienze umanistiche nella più vasta accezione del termine. Un campo difficile nel mondo dei libri, con tirature estremamente limitate.
Perché ho scelto di parlarvi di questi due libri? Perché li ho divorati in una manciata di ore ciascuno e perché mi hanno accompagnata in un tempo passato. Vero, è un approccio un po’ Pinterest… ma l’esercizio si è dimostrato istruttivo e anche spassoso.

Partiamo!

Dell’impiego delle persone scritto da Carlo Denina l’inedito trattato risale al 1776-1777; sequestrato e distrutto prima che le stampe fossero diffuse, rappresenta l’ultimo rogo di libri prima della Rivoluzione francese, della quale è antesignano. Grazie alla meritoria opera della casa editrice di Firenze Leo. S. Olschki Editore, questo manoscritto viene ora presentato nel volume curato da Carlo Ossola. Adesso, per la prima volta, esso è pienamente leggibile grazie al manoscritto conservato dagli Eredi Denina, unico esemplare stampato, integro, al rogo che fu comminato al volume. E’ un’opera di spiccato accento riformatore, in cui Denina richiamava l’esigenza che “tutta la schiera de’ regolari contribuisca al vantaggio temporale della società”. Il disegno riformatore di Denina non si ispira tanto alla riforma tridentina, ma trae linfa vitale dall’esempio che si specchia nella primitiva Chiesa dei Padri. L’abate si richiama cioè al modello di una vita monastica operosa, al servizio dei poveri e a sostegno di una società equa e leale. L’abate non lesina frecciate intinte nell’ironia e punte di riprovazione nei riguardi dei comportamenti di monaci e nobili. Non approva, Denina, la vanità delle loro occupazioni, che non portano frutto: anzi, spesso provocano danni. Denina, nel constatare che “la più parte de’ chierici si stillano il cervello in questioni inutili di scolastica con poca speranza di farla valere” in una realtà secolarizzata, suggerisce un “uso civile” del clero, affinché il suo apporto, per il bene della società, sia concreto e tangibile. Al di là della tensione polemica, il trattato risponde rigorosamente all’esigenza dei “principi di sociabilità”, alle “cagioni produttrici di pubblica felicità”, al dover “contribuire alla pubblica felicità”, formule queste che rinviano alla lezione di Ludovico Antonio Muratori e ai principi dell’Illuminismo.

Se ami i racconti con una morale e un significato profondo, sei nel posto giusto.Biblische Geschichten für die Jugend, in italiano si chiama Storie Bibliche ed è uscito per Leo S. Olschki, a cura di Carlo Ossola a marzo 2020. Furono pubblicate nel 1824.

Si cerca invano nella letteratura moderna, anche dopo molti anni di letteratura, storie che restino così profondamente impresse nella memoria quanto queste storie bibliche, le quali, così tanto tempo dopo, ci lasciano tanti tesori da scoprire quanto il più piccolo di questi aneddoti.

Storie bibliche è l’ultima e alta opera dello scrittore Johann Peter Hebel. La rara traduzione di Carlo Ossola ha certamente restituito un capolavoro del Novecento.Hebel ha voluto riscrivere racconti de l’Antico e il Nuovo Testamento in scene narrative e teatrali, attraverso un’accurata scelta di episodi, specie quelli appartenenti all’Antico Testamento. Il suo intento era di presentare la fede cristiana come amena da ogni violenza ai giovani.Il terzo racconto è Il Primo fallo: la cacciata dal Paradiso Terrestre. Secondo Hebel non è una vendetta divina né l’esito di un tradimento, ma solo la coscienza che i progenitori del genere umano non conoscevano la differenza tra il bene e il male.

Riti notturni di Colin Wilson.

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Riti notturni è il primo volume della trilogia dei romanzi dedicati a Gerard Sorme. Torna disponibile in Italia grazie a Carbonio Editore con la traduzione di Nicola Manuppelli. E’ un romanzo di formazione travestito da mistery.

Grazie a una modesta rendita, Gerard Sorme 26enne intellettuale che sfida tutte le convenzioni sociali, vive senza lavorare, in una stanza di un appartamento a Londra. Desidera fare il romanziere e da tempo scrive un romanzo, che non conclude mai, arrovellandosi sul senso dell’esistenza. Un grigio pomeriggio decide di andare alla mostra organizzata da Sergej Diaghilev, famoso impresario dei balletti russi e di Nijinsky. Casualmente incontra un aristocratico dai tratti perturbanti, di nome Austin Nunne, omosessuale e amante degli eccessi. La vita del protagonista, fino a quel momento tendenzialmente apatica, subisce un cambiamento. I due iniziano a conoscersi e sin da subito Sorme intesse rapporti con gli amici di Austin e scopre, via via, che il suo nuovo amico si circonda di persone strane. Conosce Padre Carruthers, un importante esponente della chiesa, buon conoscitore dell’alta società londinese e infermo; il pittore Oliver Glasp; la zia di Austin, Gertrude Quincey e sua nipote Caroline.

L’autore tratteggia con maestria attraverso l’uso sapiente del dialogo, una modalità dominante all’interno della narrazione e straordinario strumento di caratterizzazione psicologica. Ciascuna delle figure sopra menzionate, esercita un ruolo maieutico sul giovane intellettuale.

A fare da sfondo alla storia è una Londra per lo più notturna, sempre uggiosa a cui una sequenza di efferati femminicidi commessi nel quartiere di Whitechapel, un serial killer uccide con una brutalità che ricorda quella di Jack lo Squartatore.

Sorme incuriosito inizierà a indagare grazie all’aiuto di alcuni componenti in polizia. Sin da subito riuscirà a capire chi è il serial killer e mette in relazione le perversioni con gli omicidi e le modalità di esecuzione. Gerard solo alla fine arriva a comprendere le motivazioni degli omicidi.

Il risultato è un testo avvincente e al contempo inquieta, un romanzo che a differenza dei thiller tradizionali, non si chiude col conforto della soluzione, col trionfo del processo razionale, ma ci lascia vacillanti sull’orlo del baratro, quello della nostra interiorità, al fondo del quale intravediamo splendori e nefandezze. Lo scrittore mette in discussione le regole sociali ma anche la percezione del lettore, attraverso la filosofia. È un libro ipnotico perché la conversazione guida il ritmo e l’indagine porta avanti di pagina in pagina.

I viaggi di G(r)ulliver

img_20200403_1057004605827590677847133.jpgIl capolavoro di Swift è il romanzo Gulliver’s travels (I viaggi di Gulliver), pubblicato anonimo nel 1726. In quest’opera, divenuta un classico, la sua satira contro l’uomo e la civiltà raggiunse la perfezione.

A lungo fu considerato un romanzo per ragazzi, perchè Swift si serve dell’allegoria per veicolare la sua satira, cioè crea un mondo fittizio, fantastico e immaginifico dietro al quale si celano i bersagli della sua critica. I critici non sono riusciti a trovare un corrispondente storico a molti degli episodi narrati, cioè non si instaura una perfetta corrispondenza tra le avventure di Gulliver (che costituiscono il piano letterale) e i fatti reali (livello allegorico). In aggiunta “I viaggi di Gulliver” non criticano soltanto la corruzione della politica inglese del ‘700, il progressismo oltranzista dei whigs, la figura di Robert Walpole o i vaneggiamenti della Royal Society, ma dipingono un’umanità degeneratanella quale non avremo difficoltà a riconoscere il nostro mondo, anche a trecento anni di distanza.

I Viaggi di G(r)ulliver è uscito per Gammarò Edizione (con la traduzione e la cura di Vincenzo Gueglio) nel 2019. Il titolo è insolito e spiritoso, Viaggi di Grulliver, è un gioco di parole su “grullo”, “credulone”, simile a quello che Swift intendeva per il suo eroe; Grulliver, dunque, non per capriccio, ma per necessità: per cercare di aderire alle intenzioni dell’autore e allo spirito dell’opera. La sua prosa è fluente, così come le note esplicative estese e dettagliate a pie’ di pagina, renderà confortevole al lettore affrontare l’avventura dei Viaggi di Grulliver, e lo aiuterà a penetrarne alcuni segreti e godere il terribile fascino dell’arte ineguagliabile di Swift.

Ma andiamo per gradi. Come scrive nell’introduzione Gueglio, I viaggi di Grulliver sono un libro che si fonda e si nutre di altri libri, un thesaurus della letteratura che però è letteratura essa stessa. Mi limito a nominare i principali diciamo in primo luogo la Storia vera di Luciano; poi l’Utopia di Tommaso Moro; la Storia di Sindibàd il marinaio; le Lettere persiane; i Voyages aux États de la Lune et aux États du Soleil di Cyrano de Bergerac; Gargantua e Pantagruele; don Chisciotte.

Il libro si presentava come uno dei tanti diari di viaggio che avevano fortuna all’epoca: un’epoca, non dimentichiamo, nella quale ancora molte parti del mondo (la costa nord-occidentale dell’America, ad esempio, l’Australia, ecc.) erano poco note o del tutto inesplorate. A tacer d’altro la California era considerata un’isola e assolutamente vaghe e fantasiose erano le notizie su quello che noi oggi chiamiamo “Stretto di Bering” e che allora era chiamato “Stretto di Anian“. E’ ai margini di queste ampie aree inesplorate che Grulliver approda nei suoi Viaggi ed è di quelle terre e dei popoli che le abitano che ci fornisce ampi resoconti “scientifici”… Per questo (e perché nel testo Grulliver fa ripetutamente riferimento ad altri viaggiatori e alle mappe che derivano dalle loro informazioni) l’autore ha ritenuto indispensabile riportare alcune carte geografiche del tempo.

La Questione Palestinese

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Quando ho scelto di studiare lingua araba all’università non sapevo che cosa mi aspettava poco dopo. L’arabo è davvero un osso duro per chi si appresta a studiarlo (non a caso quando qualcosa è difficile da capire si dice “per me è arabo”!), ma una volta superate le difficoltà e i pregiudizi iniziali è molto facile appassionarsi e prenderla come una sfida personale, uno stimolo a migliorarsi sempre più.

Solo dopo ho capito la mia scelta. In effetti è piuttosto raro scegliere l’arabo come lingua straniera, ma io avevo bisogno di confrontarmi con un altra cultura e di uscire dai canoni tradizionali. Per capire perfettamente la lingua araba si studia il Corano, ed è quello che ho fatto. E alla classica domanda che mi pongono: “ma quindi sei diventata musulmana?” Rispondo sempre di no. Ma a differenza dei “credenti” ottusi, che chiamano fede la loro presunzione ed ognuno di loro è barricato nel proprio angolo ottuso, io accetto ogni religione. Festeggio il Natale, così come la Festa del sacrificio. 

Ma torniamo a parlare di eventi seri. Dopo qualche anno ho scelto di scrivere la tesi sulle artiste del Vicino e Medio Oriente ad Ankara. Ma del mio Erasmus movimentato ne parleremo un’altra volta.

Al mio ritorno, ho studiato per l’esame di letteratura araba 3 e solo in quel momento ho scoperto della questione palestinese.

Ciò che chiamiamo questione palestinese non è altro che il conflitto tra gli Israeliti e i Palestinesi riguardo le aree più importanti del territorio palestinese. Esso ha originei antichissima, ma con la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando molti Ebrei sono immigrati nella regione della Palestina (la terra promessa da Dio), dando vita, sotto il consenso dell’Impero Inglese, alla nazione di Israele nel 1948. Mentre gli Americani hanno subito accettato l’esistenza di questo stato, affermando che gli Ebrei avrebbero potuto averlo come indennizzo per il terribile olocausto avvenuto durante il secondo conflitto mondiale, i Palestinesi si sono sentiti privati del loro territorio e si sono ritrovati costretti all’area poco fertile della costa occidentale e alla striscia di Gaza, che è sostanzialmente un grande quartiere degradato.

 

Gli stati arabi considerarono la creazione dello stato ebraico – fondato su basi religiose e razziali – un atto di forza intollerabile: un esercito di palestinesi e truppe dei paesi arabi circostanti attaccò il nuovo stato iniziando la lunga stagione delle sconfitte militari. Aggressioni dei paesi arabi e controffensive violentissime portarono i soldati di Israele ad occupare vaste zone interamente abitate dai palestinesi. I conflitti del 1956, 1967 e 1973 aprirono le porte alla tragedia dei “territori occupati”: le alture del Golan, la striscia di Gaza e la Cisgiordania diventarono campi di guerriglia permanente; con una popolazione a grandissima maggioranza palestinese (1,5 milioni gli arabi acquistati nei confini israeliani) discriminati e disprezzati da autorità e coloni. Soltanto nella controffensiva del 1949 e in seguito ai disordini dovuti alla proclamazione del nuovo stato ci furono quasi 1 milione di palestinesi espulsi dalla propria terra, accolti in miserabili campi profughi messi a disposizione dai paesi arabi e dall’UNRRA. 

Nel 1956 i palestinesi costituiscono un movimento di liberazione (Al-Fatah) capace di collaborare con le forze armate degli stati arabi e di muovere azioni di guerriglia nel territorio israeliano. Nel 1967 – con fronti caldi come Siria e Egitto – scoppiò una crisi internazionale intorno al controllo del golfo di Aqaba (Sharm el Sheikh), innescato principalmente da Nasser , presidente dell’Egitto. Forte dell’appoggio sovietico – se Usa e Francia erano filo-israeliani, ovviamente i sovietici erano filo-arabi –  Nasser annunciò il blocco delle navi che attraversavano il golfo di Aqaba per rifornire Israele. Lo stato ebraico rispose con la forza: il 5 giugno 1967 l’aviazione bombardò gli aeroporti dei paesi arabi; le truppe di terra occuparono Gaza, Sherm el Sheikh, la Cisgiordania e Gerusalemme, le alture del Golan, l’Alta Galilea e il Sinai. 

L’attacco passò alla storia come la guerra dei 6 giorni: il 10 giugno le offensive erano già terminate. Ma le ferite aperte risultarono gravissime: lo scontro all’interno del territorio palestinese si trasformò in guerriglia permanente, con una militarizzazione molto estesa del movimento di liberazione arabo e un ricorso alla rappresaglia indiscriminata e violentissima.

Il resto è storia recente, con l’Intifada, la progressiva istituzionalizzazione dell’OLP e i decisivi accordi, con la mediazione USA, della prima metà degli anni ’90 (1994, autonomia a Gaza e Gerico). L’assassinio di Rabin e i continui problemi di coesistenza sono sfociati nei primi mesi del 2000 nella ripresa gravissima dello scontro militare, cercato e alimentato dal governo Sharon. Si tratta della Seconda Intifada, a cui sono seguiti attentati e conferenze di pace, parziale applicazione dell’autonomia amministrativa nei territori palestinesi e continui attacchi terroristici e controffensive militari.

Dunque la questione palestinese non è ancora giunta a un termine, anche se sono state proposte molte soluzioni nel corso degli anni da nazioni differenti. Nessuno dei due stati vuole fare un compromesso. E’ difficile che la questione palestinese arrivi presto a una fine. Sul campo, resta in vantaggio Israele, stato nettamente più popolato e con maggiori risorse.

Se volete leggere la storia della Palestina, la Oscar Vault ci offre la traduzione de Palestina di Joe Sacco in special edition, il suo è un lucidissimo reportage a fumetti sulla storia e la vita della gente di questo territorio

Gli ci sono voluti alcuni anni, dal 1991 al 1994, per mettere definitivamente su carta la sua personale visione, ma meglio sarebbe dire esperienza, di Palestina. Del complesso lavoro di questo narratore, che non si accontenta di dire con le parole né di mostrare attraverso il disegno.