Due libri di pregio.

Dunque, questo post può essere utilizzato in due modi.
Uno. Può fungere da fonte di ispirazione per rimpolpare il vostro scaffale di libri di raro pregio e ricchezza tematica.
Due. Può fungere da mini-passaporto per cominciare ad esplorare le vaste praterie di Leo S. Olschki. Una casa editrice in cui l’attività si identifica con il settore delle scienze umanistiche nella più vasta accezione del termine. Un campo difficile nel mondo dei libri, con tirature estremamente limitate.
Perché ho scelto di parlarvi di questi due libri? Perché li ho divorati in una manciata di ore ciascuno e perché mi hanno accompagnata in un tempo passato. Vero, è un approccio un po’ Pinterest… ma l’esercizio si è dimostrato istruttivo e anche spassoso.

Partiamo!

Dell’impiego delle persone scritto da Carlo Denina l’inedito trattato risale al 1776-1777; sequestrato e distrutto prima che le stampe fossero diffuse, rappresenta l’ultimo rogo di libri prima della Rivoluzione francese, della quale è antesignano. Grazie alla meritoria opera della casa editrice di Firenze Leo. S. Olschki Editore, questo manoscritto viene ora presentato nel volume curato da Carlo Ossola. Adesso, per la prima volta, esso è pienamente leggibile grazie al manoscritto conservato dagli Eredi Denina, unico esemplare stampato, integro, al rogo che fu comminato al volume. E’ un’opera di spiccato accento riformatore, in cui Denina richiamava l’esigenza che “tutta la schiera de’ regolari contribuisca al vantaggio temporale della società”. Il disegno riformatore di Denina non si ispira tanto alla riforma tridentina, ma trae linfa vitale dall’esempio che si specchia nella primitiva Chiesa dei Padri. L’abate si richiama cioè al modello di una vita monastica operosa, al servizio dei poveri e a sostegno di una società equa e leale. L’abate non lesina frecciate intinte nell’ironia e punte di riprovazione nei riguardi dei comportamenti di monaci e nobili. Non approva, Denina, la vanità delle loro occupazioni, che non portano frutto: anzi, spesso provocano danni. Denina, nel constatare che “la più parte de’ chierici si stillano il cervello in questioni inutili di scolastica con poca speranza di farla valere” in una realtà secolarizzata, suggerisce un “uso civile” del clero, affinché il suo apporto, per il bene della società, sia concreto e tangibile. Al di là della tensione polemica, il trattato risponde rigorosamente all’esigenza dei “principi di sociabilità”, alle “cagioni produttrici di pubblica felicità”, al dover “contribuire alla pubblica felicità”, formule queste che rinviano alla lezione di Ludovico Antonio Muratori e ai principi dell’Illuminismo.

Se ami i racconti con una morale e un significato profondo, sei nel posto giusto.Biblische Geschichten für die Jugend, in italiano si chiama Storie Bibliche ed è uscito per Leo S. Olschki, a cura di Carlo Ossola a marzo 2020. Furono pubblicate nel 1824.

Si cerca invano nella letteratura moderna, anche dopo molti anni di letteratura, storie che restino così profondamente impresse nella memoria quanto queste storie bibliche, le quali, così tanto tempo dopo, ci lasciano tanti tesori da scoprire quanto il più piccolo di questi aneddoti.

Storie bibliche è l’ultima e alta opera dello scrittore Johann Peter Hebel. La rara traduzione di Carlo Ossola ha certamente restituito un capolavoro del Novecento.Hebel ha voluto riscrivere racconti de l’Antico e il Nuovo Testamento in scene narrative e teatrali, attraverso un’accurata scelta di episodi, specie quelli appartenenti all’Antico Testamento. Il suo intento era di presentare la fede cristiana come amena da ogni violenza ai giovani.Il terzo racconto è Il Primo fallo: la cacciata dal Paradiso Terrestre. Secondo Hebel non è una vendetta divina né l’esito di un tradimento, ma solo la coscienza che i progenitori del genere umano non conoscevano la differenza tra il bene e il male.

Riti notturni di Colin Wilson.

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Riti notturni è il primo volume della trilogia dei romanzi dedicati a Gerard Sorme. Torna disponibile in Italia grazie a Carbonio Editore con la traduzione di Nicola Manuppelli. E’ un romanzo di formazione travestito da mistery.

Grazie a una modesta rendita, Gerard Sorme 26enne intellettuale che sfida tutte le convenzioni sociali, vive senza lavorare, in una stanza di un appartamento a Londra. Desidera fare il romanziere e da tempo scrive un romanzo, che non conclude mai, arrovellandosi sul senso dell’esistenza. Un grigio pomeriggio decide di andare alla mostra organizzata da Sergej Diaghilev, famoso impresario dei balletti russi e di Nijinsky. Casualmente incontra un aristocratico dai tratti perturbanti, di nome Austin Nunne, omosessuale e amante degli eccessi. La vita del protagonista, fino a quel momento tendenzialmente apatica, subisce un cambiamento. I due iniziano a conoscersi e sin da subito Sorme intesse rapporti con gli amici di Austin e scopre, via via, che il suo nuovo amico si circonda di persone strane. Conosce Padre Carruthers, un importante esponente della chiesa, buon conoscitore dell’alta società londinese e infermo; il pittore Oliver Glasp; la zia di Austin, Gertrude Quincey e sua nipote Caroline.

L’autore tratteggia con maestria attraverso l’uso sapiente del dialogo, una modalità dominante all’interno della narrazione e straordinario strumento di caratterizzazione psicologica. Ciascuna delle figure sopra menzionate, esercita un ruolo maieutico sul giovane intellettuale.

A fare da sfondo alla storia è una Londra per lo più notturna, sempre uggiosa a cui una sequenza di efferati femminicidi commessi nel quartiere di Whitechapel, un serial killer uccide con una brutalità che ricorda quella di Jack lo Squartatore.

Sorme incuriosito inizierà a indagare grazie all’aiuto di alcuni componenti in polizia. Sin da subito riuscirà a capire chi è il serial killer e mette in relazione le perversioni con gli omicidi e le modalità di esecuzione. Gerard solo alla fine arriva a comprendere le motivazioni degli omicidi.

Il risultato è un testo avvincente e al contempo inquieta, un romanzo che a differenza dei thiller tradizionali, non si chiude col conforto della soluzione, col trionfo del processo razionale, ma ci lascia vacillanti sull’orlo del baratro, quello della nostra interiorità, al fondo del quale intravediamo splendori e nefandezze. Lo scrittore mette in discussione le regole sociali ma anche la percezione del lettore, attraverso la filosofia. È un libro ipnotico perché la conversazione guida il ritmo e l’indagine porta avanti di pagina in pagina.

I viaggi di G(r)ulliver

img_20200403_1057004605827590677847133.jpgIl capolavoro di Swift è il romanzo Gulliver’s travels (I viaggi di Gulliver), pubblicato anonimo nel 1726. In quest’opera, divenuta un classico, la sua satira contro l’uomo e la civiltà raggiunse la perfezione.

A lungo fu considerato un romanzo per ragazzi, perchè Swift si serve dell’allegoria per veicolare la sua satira, cioè crea un mondo fittizio, fantastico e immaginifico dietro al quale si celano i bersagli della sua critica. I critici non sono riusciti a trovare un corrispondente storico a molti degli episodi narrati, cioè non si instaura una perfetta corrispondenza tra le avventure di Gulliver (che costituiscono il piano letterale) e i fatti reali (livello allegorico). In aggiunta “I viaggi di Gulliver” non criticano soltanto la corruzione della politica inglese del ‘700, il progressismo oltranzista dei whigs, la figura di Robert Walpole o i vaneggiamenti della Royal Society, ma dipingono un’umanità degeneratanella quale non avremo difficoltà a riconoscere il nostro mondo, anche a trecento anni di distanza.

I Viaggi di G(r)ulliver è uscito per Gammarò Edizione (con la traduzione e la cura di Vincenzo Gueglio) nel 2019. Il titolo è insolito e spiritoso, Viaggi di Grulliver, è un gioco di parole su “grullo”, “credulone”, simile a quello che Swift intendeva per il suo eroe; Grulliver, dunque, non per capriccio, ma per necessità: per cercare di aderire alle intenzioni dell’autore e allo spirito dell’opera. La sua prosa è fluente, così come le note esplicative estese e dettagliate a pie’ di pagina, renderà confortevole al lettore affrontare l’avventura dei Viaggi di Grulliver, e lo aiuterà a penetrarne alcuni segreti e godere il terribile fascino dell’arte ineguagliabile di Swift.

Ma andiamo per gradi. Come scrive nell’introduzione Gueglio, I viaggi di Grulliver sono un libro che si fonda e si nutre di altri libri, un thesaurus della letteratura che però è letteratura essa stessa. Mi limito a nominare i principali diciamo in primo luogo la Storia vera di Luciano; poi l’Utopia di Tommaso Moro; la Storia di Sindibàd il marinaio; le Lettere persiane; i Voyages aux États de la Lune et aux États du Soleil di Cyrano de Bergerac; Gargantua e Pantagruele; don Chisciotte.

Il libro si presentava come uno dei tanti diari di viaggio che avevano fortuna all’epoca: un’epoca, non dimentichiamo, nella quale ancora molte parti del mondo (la costa nord-occidentale dell’America, ad esempio, l’Australia, ecc.) erano poco note o del tutto inesplorate. A tacer d’altro la California era considerata un’isola e assolutamente vaghe e fantasiose erano le notizie su quello che noi oggi chiamiamo “Stretto di Bering” e che allora era chiamato “Stretto di Anian“. E’ ai margini di queste ampie aree inesplorate che Grulliver approda nei suoi Viaggi ed è di quelle terre e dei popoli che le abitano che ci fornisce ampi resoconti “scientifici”… Per questo (e perché nel testo Grulliver fa ripetutamente riferimento ad altri viaggiatori e alle mappe che derivano dalle loro informazioni) l’autore ha ritenuto indispensabile riportare alcune carte geografiche del tempo.

La Questione Palestinese

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Quando ho scelto di studiare lingua araba all’università non sapevo che cosa mi aspettava poco dopo. L’arabo è davvero un osso duro per chi si appresta a studiarlo (non a caso quando qualcosa è difficile da capire si dice “per me è arabo”!), ma una volta superate le difficoltà e i pregiudizi iniziali è molto facile appassionarsi e prenderla come una sfida personale, uno stimolo a migliorarsi sempre più.

Solo dopo ho capito la mia scelta. In effetti è piuttosto raro scegliere l’arabo come lingua straniera, ma io avevo bisogno di confrontarmi con un altra cultura e di uscire dai canoni tradizionali. Per capire perfettamente la lingua araba si studia il Corano, ed è quello che ho fatto. E alla classica domanda che mi pongono: “ma quindi sei diventata musulmana?” Rispondo sempre di no. Ma a differenza dei “credenti” ottusi, che chiamano fede la loro presunzione ed ognuno di loro è barricato nel proprio angolo ottuso, io accetto ogni religione. Festeggio il Natale, così come la Festa del sacrificio. 

Ma torniamo a parlare di eventi seri. Dopo qualche anno ho scelto di scrivere la tesi sulle artiste del Vicino e Medio Oriente ad Ankara. Ma del mio Erasmus movimentato ne parleremo un’altra volta.

Al mio ritorno, ho studiato per l’esame di letteratura araba 3 e solo in quel momento ho scoperto della questione palestinese.

Ciò che chiamiamo questione palestinese non è altro che il conflitto tra gli Israeliti e i Palestinesi riguardo le aree più importanti del territorio palestinese. Esso ha originei antichissima, ma con la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando molti Ebrei sono immigrati nella regione della Palestina (la terra promessa da Dio), dando vita, sotto il consenso dell’Impero Inglese, alla nazione di Israele nel 1948. Mentre gli Americani hanno subito accettato l’esistenza di questo stato, affermando che gli Ebrei avrebbero potuto averlo come indennizzo per il terribile olocausto avvenuto durante il secondo conflitto mondiale, i Palestinesi si sono sentiti privati del loro territorio e si sono ritrovati costretti all’area poco fertile della costa occidentale e alla striscia di Gaza, che è sostanzialmente un grande quartiere degradato.

 

Gli stati arabi considerarono la creazione dello stato ebraico – fondato su basi religiose e razziali – un atto di forza intollerabile: un esercito di palestinesi e truppe dei paesi arabi circostanti attaccò il nuovo stato iniziando la lunga stagione delle sconfitte militari. Aggressioni dei paesi arabi e controffensive violentissime portarono i soldati di Israele ad occupare vaste zone interamente abitate dai palestinesi. I conflitti del 1956, 1967 e 1973 aprirono le porte alla tragedia dei “territori occupati”: le alture del Golan, la striscia di Gaza e la Cisgiordania diventarono campi di guerriglia permanente; con una popolazione a grandissima maggioranza palestinese (1,5 milioni gli arabi acquistati nei confini israeliani) discriminati e disprezzati da autorità e coloni. Soltanto nella controffensiva del 1949 e in seguito ai disordini dovuti alla proclamazione del nuovo stato ci furono quasi 1 milione di palestinesi espulsi dalla propria terra, accolti in miserabili campi profughi messi a disposizione dai paesi arabi e dall’UNRRA. 

Nel 1956 i palestinesi costituiscono un movimento di liberazione (Al-Fatah) capace di collaborare con le forze armate degli stati arabi e di muovere azioni di guerriglia nel territorio israeliano. Nel 1967 – con fronti caldi come Siria e Egitto – scoppiò una crisi internazionale intorno al controllo del golfo di Aqaba (Sharm el Sheikh), innescato principalmente da Nasser , presidente dell’Egitto. Forte dell’appoggio sovietico – se Usa e Francia erano filo-israeliani, ovviamente i sovietici erano filo-arabi –  Nasser annunciò il blocco delle navi che attraversavano il golfo di Aqaba per rifornire Israele. Lo stato ebraico rispose con la forza: il 5 giugno 1967 l’aviazione bombardò gli aeroporti dei paesi arabi; le truppe di terra occuparono Gaza, Sherm el Sheikh, la Cisgiordania e Gerusalemme, le alture del Golan, l’Alta Galilea e il Sinai. 

L’attacco passò alla storia come la guerra dei 6 giorni: il 10 giugno le offensive erano già terminate. Ma le ferite aperte risultarono gravissime: lo scontro all’interno del territorio palestinese si trasformò in guerriglia permanente, con una militarizzazione molto estesa del movimento di liberazione arabo e un ricorso alla rappresaglia indiscriminata e violentissima.

Il resto è storia recente, con l’Intifada, la progressiva istituzionalizzazione dell’OLP e i decisivi accordi, con la mediazione USA, della prima metà degli anni ’90 (1994, autonomia a Gaza e Gerico). L’assassinio di Rabin e i continui problemi di coesistenza sono sfociati nei primi mesi del 2000 nella ripresa gravissima dello scontro militare, cercato e alimentato dal governo Sharon. Si tratta della Seconda Intifada, a cui sono seguiti attentati e conferenze di pace, parziale applicazione dell’autonomia amministrativa nei territori palestinesi e continui attacchi terroristici e controffensive militari.

Dunque la questione palestinese non è ancora giunta a un termine, anche se sono state proposte molte soluzioni nel corso degli anni da nazioni differenti. Nessuno dei due stati vuole fare un compromesso. E’ difficile che la questione palestinese arrivi presto a una fine. Sul campo, resta in vantaggio Israele, stato nettamente più popolato e con maggiori risorse.

Se volete leggere la storia della Palestina, la Oscar Vault ci offre la traduzione de Palestina di Joe Sacco in special edition, il suo è un lucidissimo reportage a fumetti sulla storia e la vita della gente di questo territorio

Gli ci sono voluti alcuni anni, dal 1991 al 1994, per mettere definitivamente su carta la sua personale visione, ma meglio sarebbe dire esperienza, di Palestina. Del complesso lavoro di questo narratore, che non si accontenta di dire con le parole né di mostrare attraverso il disegno.

e-Book da leggere in questo periodo.

Non è facile, trascorrere serenamente questi giorni. Nemmeno se siamo a casa. La testa si affolla di pensieri. Sul presente e sul futuro. Anche a casa è strano, non solo fuori. Ci siamo tutti. Chi studia, chi suona, chi lavora, chi cerca di godersi un film. È una dimensione nuova. Abbiamo il tempo per scoprirla. Per farla un pochino nostra. In questo periodo in cui dobbiamo prendere le distanze fisiche, cerchiamo di annullare quelle umane. Arriva la sera. Cerco di non guardare di continuo gli aggiornamenti sul Coronavirus. Il sole è di un rosso meraviglioso. L’agitazione mi accompagna ancora. Sui balconi, le prime lenzuola di speranza: “Tutto andrà bene”. Ma torniamo a noi. Una delle attività che possiamo fare è leggere. Se siete sempre alla ricerca di nuovi titoli da leggere? Ecco una mini lista di e-Book da leggere in questo periodo.

Nel romanzo Come una barca sul cemento di Roberto Saporito (Arkadia editore), con una prosa asciutta ed essenziale, troviamo un uomo in fuga da se stesso, un personaggio che non cerca nessuna dimensione esistenziale, ma forse vorrebbe soltanto scomparire. Il protagonista è un prof. di letteratura americana che insegna in un liceo di Roma. Costretto a dimettersi per uno scandalo che lo riguarda, si trasferisce in una località toscana e si occupa di sorvegliare le barche. Non dimentica di essere un predatore in servizio permanente, così crea un account Facebook per cercare delle donne del passato. Verranno fuori tutti i lati oscuri del protagonista ma anche delle donne che riuscirà a trovare. (Ho letto il romanzo in anteprima quindi attendete un po’ per la versione ebook)

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio è un romanzo magistrale. Una scrittura inesorabile e piena di compassione, in equilibrio fra il racconto giudiziario e le note dolenti del tempo che trascorre e si consuma. Tanti anni prima Lorenza era una ragazza bella e insopportabile, dal fascino abbagliante. La donna che un pomeriggio di fine inverno Guido Guerrieri si trova di fronte nello studio non le assomiglia. Non ha nulla della lucentezza di allora, è diventata una donna opaca. Gli anni hanno infierito su di lei e, come se non bastasse, il figlio Iacopo è in carcere per omicidio volontario. Guido è tutt’altro che convinto, ma accetta lo stesso il caso; forse anche per rendere un malinconico omaggio ai fantasmi, ai privilegi perduti della giovinezza. Comincia cosí, quasi controvoglia, una sfida processuale ricca di colpi di scena, un appassionante viaggio nei meandri della giustizia, insidiosi e a volte letali.

L’insostituibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera. Come afferma il titolo, la leggerezza dell’essere è insostenibile, dilania l’animo umano che la ricerca senza tuttavia poterla raggiungere, e questo genera dolore, perché essere leggeri non si può, e probabilmente neppure la leggerezza porterebbe appagamento, ma contribuirebbe ad appesantirci: un altro fardello sulla nostra anima mortale. Kundera è un grande conoscitore dell’animo umano, lo sonda e comprende, ce lo rappresenta in molte delle sue sfumature e porta al lettore un ritratto vario e policromatico dell’uomo, completo e affascinante.

Ninfee nere di Michel Bussi è un romanzo geniale che, attraversando il magico mondo dei quadri di Monet, ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso. A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo. L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.

Garibaldi e il Risorgimento.

wp-15839335576834155080693664407230.jpgEbbene, quanto tempo è passato dalla visita a Barletta? Sei mesi? Sei anni? Un’era geologica? Più o meno. Per nostra fortuna, però, non mi attende un compito difficile. Barletta non è una città che si dimentica facilmente e la memoria, quando sfrigola di bellezze raccolte lungo la strada, tende ad assisterci.

Storia, miti e leggende hanno dato vita e continuano a dare linfa a Barletta: dall’imperatore Federico II di Svevia al leggendario colosso Eraclio, da Ettore Fieramosca il valoroso cavaliere della Disfida a Giuseppe De Nittis il famosissimo impressionista. Il centro storico è molto raccolto e la visita può cominciare dal Castello Svevo, al cui interno ho visitato la mostra “Noi credevamo. Barletta nel turbine del Risorgimento”. Infatti Barletta insieme ad altre tre città in Italia, Bari, Como e Varese, fu scelta quale sede di inquadramento e addestramento dei volontari garibaldini per la guerra all’Austria del 1866 e furono quasi 12.000 i ragazzi che furono accolti in città. A testimonianza di eventi storici, per la ricostruzione di una serie di fatti sono in esposizione dipinti, litografie, reperti come una giubba rossa, medaglie, testi e tanto altri. 

Come potevo non leggere il primo volume della trilogia Garibaldi il corsaro e non consigliarvelo? Il libro storico di Pietro Picciau, edito da Arkadia editore, come vi dicevo, è il primo di una trilogia di romanzi incentrata sulla vita di Giuseppe Garibaldi che getta una nuova luce su una figura centrale della nostra storia. Una storia che parte dagli uomini e dal loro sogno di libertà e uguaglianza, dal desiderio disperato di porre fine, in ogni angolo del globo, al dispotismo. Un grande mosaico che racconta i primi decenni del XIX secolo tra voglia di conservazione e istanze di rinnovamento. 
Siamo ancora qui, dopo 150 anni, a darci la zappa sui piedi nel caos piu’ completo. Discriminazione Nord e Sud sempre in voga, separatismo, razzismo, corruzione politica, alienazione e via dicendo….

E allora rileggiamoci le pagine garibaldine, per rinfrescarci la memoria su un uomo e patriota di grande levatura, come non ne esistono piu’. La sua scrittura è semplice, quindi chiara e trasportatrice, generosa e quasi commovente:”Vita tempestosa composta di bene e di male, come credo della maggior parte delle genti. Coscienza d’aver cercato il bene sempre, per me e per i miei simili. E se ho fatto il male qualche volta, credo lo feci involontariamente. Odiatore della tirannide e della menzogna, col profondo convincimento esser con esse l’origine principale dei mali e della corruzione del genere umano. Repubblicano quindi, essendo questo il sistema della gente onesta, sistema normale, voluto dai piu’, e per conseguenza non imposto colla violenza e coll’impostura…[…] Tutto quanto ho narrato nelle mie memorie puo’ servir alla storia. Della maggior parte dei fatti io fui testimonio oculare.”Ancora molto attuale, ciò che dice, e se ciò che dice “puo’ servir alla storia,” beh allora la storia noi ancora non l’abbiamo imparata.